Non tutti avranno la pazienza
di leggere tutta questa pagina. A coloro che ci riusciranno va il mio plauso per
l'amore della cultura e dell'arte
Dalla piazza della Signoria, passando tra il palazzo Vecchio e la Loggia dei Lanzi, si arriva ad uno spazio modellato a ferro di cavallo dal grande palazzo degli Uffizi che scenograficamente si stende dalla piazza della Signoria fino al fiume Arno. La costruzione risale al 1560 quando Cosimo I dei Medici affidò al suo architetto prediletto, Giorgio Vasari, il compito di realizzare un edificio dove riunire gli uffici pubblici del Granducato di Toscana: per questo motivo il
palazzo fu detto, in antico fiorentino, degli Uffizi, nome che ancora conserva.
L'architettura vasariana si ispira a temi rinascimentali riecheggianti Michelangelo e conserva i materiali tradizionali delle costruzioni tuscane: la pietra grigia che si stampa sul bianco dell'intonaco. E' a tre piani, dei quali l'ultimo era originalmente una loggia aperta, che riprendeva il tema del loggiato al pian terreno. Occorsero oltre venti anni per completare i lavori terminati dal Parigi e dal Buontalenti.
Nelle nicchie esterne sono sistemate statue del secolo passato che celebrano i più noti uomini toscani.
Il piano terra e il primo piano del palazzo sono ancora oggi occupati da uffici e depositi della sovrintendenza oltre che dall'Archivio di Stato. L'entrata per il pubblico è sul lato sinistro accanto al palazzo Vecchio.
Nella prima saletta si trova la biglietteria ed un banco dove è possibile prenotare per un giro della Galleria con guida turistica in diverse lingue. Prima di salire ai piani superiori è consigliata la visita dell'antica chiesa di S. Pier Scheraggio alla quale si accede dall'atrio. Antica chiesa romanica risalente al 1068 fu inglobata nella fabbrica degli Uffizi nell 1561 se ne vedono ancora le colonne e l'architettura ben conservata; la visita risulterà particolanmente interessante per gli affreschi degli uomini illustri che qui sono esposti. Opere degli anni attorno al '50 del XV secolo sono considerati tra i capolavori di Andrea del Castagno che li aveva dipinti per una villa fuori città: Dante, Petrarca, Boccaccio, Pippo Spano, Farinata degli Uberti sono questi i primi nomi che ci vengono a mente tra i ritratti di questo straordinario ciclo d'affreschi. Ritornati nella saletta della biglietteria si prende per la porta a sinistra che immette nel breve corridoio alla fine del quale sono gli ascensori (poco capienti; solo 7 persone alla volta) e lo scalone monumentale (consigliato in caso di affollamento).
Al primo piano si trova il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe che è sistemato dove un tempo era il famoso Teatro Mediceo; solo la prima sala è aperta al pubblico con esposizioni temporanee del gran numero di disegni oltre 100000 raccolti in questo ricchissimo deposito.
Al secondo piano si apre la vera e propria "Galleria" che raccoglie opere di pittura la cui varietà e ricchezza fa di questo museo uno dei più importanti luoghi di "pellegrinaggio per gli studiosi e gli appassionati d'arte di tutto il mondo.
L'origine della Galleria risale alla fine del '500 quando Francesco I dei Medici, appassionato di arte ed alchimia, decise di raccogliere all'ultimo piano dì questo palazzo, in un'apposita stanza (la tribuna) tutti i dipinti, le statue, le curiosità e le antichità che costituirono il primo nucleo della Galleria degli Uffizi poi arricchita dai successori Medici e Lorena e finalmente passata allo Stato italiano. Si inizia coll'ammirare il primo lungo corridoio dove, sulla parete di sinistra, sono appesi bellissimi arazzi delle fabbriche fiorentine del Cinquecento ed allineate statue e sarcofaghi per lo più copie romane di originali greci a testimonianza del grande interesse rinascimentale per il mondo dell'antichità classica.
Il soffitto è finemente decorato con affreschi del tardo Cinquecento opera di artisti fiorentini: questo tipo di decorazione molto sbrigliata, varia e fantasiosa ebbe grande fortuna nel Cinquecento e fu detta "grottesca" dal fatto che fu riscoperta in ambienti sotterranei.
I dipinti sono raccolti nelle sale che si aprono alla sinistra dei corridoi e seguono un itinerario cronologico che va dal XII secolo fino al XVII secolo rappresentando dettagliatamente e con lavori di altissima qualità lo sviluppo delle arti attraverso i secoli, soprattutto in
terra toscana.
Si inizia dalla prima sala a sinistra dove sono raccolti dipinti su tavola di artisti toscani del XIII-XIV sec La sala è dominata da tre grandi pale d'altare in tutto simili per misure, forma e
soggetto ma differenti nell'esecuzione che è opera di tre artisti diversi qui messi a confronto. Duccio fu caposcuola dei pittori senesi: colori vivissimi e smaltati, le preziose decorazioni nelle stoffe del trono, il senso di spirituale immaterialità nei corpi e nei volti della Madonna e degli angeli.
Cimabue ha un senso più corposo della realtà nonostante il permanere di caratteri bizantini: si noterà il trono fortemente strutturato e lo si confronti con le leggere canne del trono di
Duccio; si noterà la più compatta aggregazione degli angeli attorno alla figura della Madonna con bambino. Cimabue fu il caposcuola fiorentino anch'egli alla fine del Duecento e tradizionalmente lo si vuole maestro di un grande allievo destinato poi a oscurarne la fama: Giotto.
La Madonna di Giotto è del 1311 circa ed appartiene quindi al periodo della maturità del maestro quando i due grandi cicli d'affreschi di Assisi e Padova erano già stati portati a termine.
Si noterà come il trono questa volta è stato disegnato prospetticamente e come in questo trono prenda posto una Madonna non più immateriale od orientaleggiante come abbiamo fin ora visto; qui il chiaro-scuro modella la figura e la colloca in uno spazio che va al di là dell'oro del fondo. La profondità prospettica, il chiaro-scuro che modella le figure, ed il disegno come base della pittura ci fanno intendere che Giotto è il vero iniziatore della grande arte toscana.
Si continua sulla sinistra entrando nella sala dei senesi: qui sono raccolte opere dei fratelli Ambrogio e Pietro Lorenzetti e la stupenda Annunciazione di Simone Martini. Opera del 1333, quando Simone lasciò l'italia per andare ad Avignone (Francia), mostra i caratteri della scuola senese che avevamo già visto in Duccio ma che qui sono ancora rafforzati. L'angelo, che è pura luce (da sottolineare il lavoro a rilievo della veste e il prezioso "scozzese" del manto svolazzante), si presenta ad annunciare alla spaventata Madonna la nascita del tiglio Gesù. E intanto l'occhio del visitatore si perde ad ammirare gli straordinari dettagli: il giglio, il vaso, i finti marmi ed il mosaico del trono della Vergine. L'opera è in collaborazione con Lippo Memmi che dipinse le figure dei santi ai lati.
Nella sala seguente sono raccolti dipinti del Trecento fiorentino che nel complesso riescono a dare un'idea organica di quella che fu la scuola di Giotto e delle successive esperienze nel corso del XIV secolo. Particolarmente interessanti gli innesti nordici (milanesi> che si trovano nella Pietà di Giottino e in Giovanni da Milano.
Si entra poi nella sala del Gotico fiorito o gotico internazionale dove sono raccolte opere cronologicamente a cavallo tra il XIV e XV secolo: la Tebaide diGherardoStarnina e certi grandi dipinti di Lorenzo Monaco (la grande Incoronazione ad es.) mostrano l'ascetismo e il senso del divino in figure spiritualizzate dai colori chiarissimi mentre a queste fa riscontro, in fondo alla sala, la celebratissima Adorazione dei Magi che Gentile da Fabriano datò (maggio 1423)
e firmò sulla predella.
Qui la profusione degli ori, la scelta dei begli accordi di colore non hanno intenti trascendentali ma piuttosto sono volti al piacere ed al godimento tutto terreno di quelle stesse ricchezze e degli agi che qui sono così ben riprodotti: il servo che toglie gli speroni ad uno dei Magi; i loro abiti da ricchi mercanti con grande scintillare di monili; e poi la natura indagata con curiosa vivacità in una dotta quanto irreale compresenza di animali e cose
prese a prestito da diverse culture e ambienti. L'Adorazione dei Magi era stata dipinta per uno dei più ricchi mercanti fiorentini, Palla Strozzi, che certo dovette amare tanta ricchezza e varietà. Ma gli esiti più importanti della cultura fiorentina, a quegli stessi anni, si potranno seguire nella sala successiva dove sono appunto raccolte opere del primo Quattrocento a Firenze. Si inizierà con la Madonna e S. Anna (vicino alla finestra) opera di collaborazione tra Masollno da Panicale e il più giovane Masaccio.
Di Masolino l'intero impianto ad eccezione della figura della Madonna con Bambino e l'angelo verde che si vede sulla destra. Si noterà come Masaccio, rifacendosi a Giotto, riproponga la linea maestra del disegno, del chiaro-scuro e della prospettiva in un momento in cui lo scintillare dei colori e degli ori rischiava di far perdere il senso della forma che invece Masaccio riafferma con forza fino ad essere considerato il caposcuola del Rinascimento, nonostante la morte lo cogliesse a soli 27 anni.
Davanti a questo dipinto ve n'è un altro molto famoso, ad opera di un grande artista del centro Italia: Piero della Francesca. Particolarmente interessato allo studio della prospettiva fino a scriverne trattati si interessò alla matematica e alla geometria come misura dell'universo in cui l'uomo si imponeva con forza come mostra nel famosissimo ritratto del condottiero ed umanista Federigo da Montefeltro, inconfondibile per il curioso naso che Federigo stesso volle fosse così tagliato in modo da poter vedere meglio con l'unico occhio che gli era rimasto dopo un disgraziato incidente di caccia.
Nella stessa sala un altro notissimo dipinto, questa volta di Paolo Uccello: si tratta della battagila di S. Romano, vittoriosa per i fiorentini, che originalmente si presentava come trittico (le altre due parti sono ora a Londra e Parigi). Lo studio della prospettiva è qui
molto accurato ed addirittura portato alle estreme conseguenze; a Paolo non interessa tanto la capacità unificatrice della prospettiva quanto le possibilità che questa scienza offre di creare visioni nuove e sconvolgenti. Molti i punti di vista, molti gli effetti ottici e di scorcio, incredibili e fantastici i colori che assecondano le geometriche figure di cavalli e cavalieri: il tutto per un effetto "metafisico" che tanto piacque agli artisti del nostro secolo.
Nella sala seguente parecchi dipinti della metà del XV sec. tra i quali la ben nota Madonna col Bambino che Filippo Lippi dipinse attorno al 1465. Le immagini sacre che avevamo fin adesso viste
mostravano la Madonna come una regina sul trono circondata da una corte di angeli: qui la si è invece trasportata sulla terra. Seduta in posizione obliqua invece che frontale, dolcissima
nei tratti del volto e nell'espressione (Si tratta infatti del ritratto dell'amata del Lippi che tra l'altro era frate) è messa in relazione col paesaggio che le fa da sfondo tramite il trasparire dei veli.
Segue una sala con opere del Pollaiolo e del Botticelli di quest'ultimo, in una teca vicino alle finestre, consigliamo i piccoli ma preziosi episodi di Giuditta e Ofoferne (1487 ca).
Si entra poi in una delle sale più spettacolari della Galleria dove, dopo recenti restauri, le travi dell'antico Teatro Mediceo sono stateriportate in vista e dove, con moderni criteri museografici, sono state esposte opere della seconda metà del XV sec. tra le quali subito colpisce l'enorme trittico al centro della sala che fu dipinto attorno al 1478 da Hugo Van der Goes per la famiglia fiorentina dei Portinari che poi lo portarono in patria dalle Fiandre. Un
senso di crudo realismo lo distingue da altre opere in questa sala e particolarmente il confronto andrà fatto con i dipinti del Botticelli per vedere come allo stesso tempo ma in parti diverse d'Europa l'espressione artistica fosse differente. Del Botticelli sono molte le opere qui esposte e particolarmente due sono notissime: la Nascita di Venere (sulla parete di sinistra appena entrati) e la Primavera (sulla parete di fronte all'entrata). La prima cosa che si noterà guardando la nascita di Venere, ad es., è il radicale cambiamento di soggetto: invece della Madonna in trono con i santi, come abbiamo visto fino adesso, il Botticelli propone un soggetto pagano, addirittura nudo, come Venere che, nata dai flutti del mare, viene sospinta verso la spiaggia dai venti; sulla spiaggia una figura femminile l'attende con un manto per proteggerla. Il soggetto è stato direttamente ripreso dalla poesia greca ed è intessuto di molti significati
allegorici e simbolici: è comunque l'espressione del mondo e della cultura
fiorentina al tempo di Lorenzo il Magnifico.
Cercare di decifrare i significati nascosti dietro le leggere figure della Primavera è impresa ardua perché le interpretazioni che ne sono state date sono molteplici e discordanti. Sembra però che ci si possa grosso modo trovare d'accordo nel dire che la figura centrale (incinta) sarebbe Venere (notare in alto il bendato Cupido) alla destra della quale tre figure si snodano (sono il Vento e Flora dalla cui combinazione nasce la fiorita Primavera) mentre alla sinistra le tre grazie (le arti) danzano leggiadramente ed ancora più a sinistra Mercurio (la saggezza) scac-
cia le nubi dal cielo. La sala seguente è stata pure recentemente restaurata ed ordinata con dipinti del tardo Quattrocento tra i quali spiccano quelli di Leonardo da Vinci. Sulla parete di tronte all'entrata, a destra, è un Battesimo di Cristo opera del Verrocchio alla cui bottega Leonardo fece il suo apprendistato di pittore come qui già mostra nel volto dell'angelo inginocchiato che si distingue dalle figure del Verrocchio per il tratto delicatissimo e sfumato che sembra si possa anche riconoscere nello sfondo con la vallata. La prima opera completamente di Leonardo è L'Annunciazione (sulla parete di destra) che seppure riprende l'iconografia tipica del tardo Quattrocento (1470-75) già infonde un respiro nuovo alla natura ed alle cose avvolte nella calda atmosfera che le modella con dolcezza e le sfuma verso l'orizzonte. L'attenzione per la natura la si noterà particolarmente nello studio dei fiori nel praticello, negli alberi dello
sfondo e nelle ali dell'angelo che sono quelle di un uccello. Sempre di Leonardo la grande Adorazione dei Magi che campeggia al centro della parete di fronte all'entrata: commissionata dai frati di S.Donato in Scopeto nel 1482 fu lasciata incompiuta quando Leonardo partì alla volta di Milano dove doveva restare per circa 20 anni. La Madonna è al centro e tutt'attorno è un vortice di pastori e astanti dove anche i re magi si confondono.
Uscendo dalla sala si percorre ancora un tratto del corridoio e si comincia ad ammirare gli arazzi francesi che illustrano le cetimonie e feste di Caterina dei Medici alla corte di Francia e poi si entra nella Tribuna. È questa la sala che Francesco I volle per raccogliervi tutte le opere d'arte e che, arricchita dai successori, divenne una sorta di "camera delle meraviglie" dove gli stranieri di riguardo erano introdotti. La decorazione, molto ricca e varia, risale alla fine del XVI sec. ed è opera del Buontalenti che, d'accordo con Francesco I, vi simbolizzò i quattro elementi che si trovano in natura: la terra (lo zoccolo ed il pavimento in marmo); il fuoco (il drappo rosso alle pareti); l'acqua (il soffitto di conchiglie e madreperla); l'aria (la lanterna con la rosa dei venti). La sala, nonostante ancor'oggi sia molto piena, è stata svuotata di molto materiale distribuito nei vari musei cittadini; qui rimangono alcuni straordinari lavori del Cinquecento come pure dell'antichità classica.
Di quest'ultimo periodo sono tutte le statue tra le quali ricordiamo il Fauno e lo Scita ma soprattutto la cosidetta Venere dei Medici che, riscoperta nei pressi di Roma nel XVII sec., è una copia greca del III a.C. da originale prassitelico ed uno dei più bei pezzi di arte classi-
ca che ci siano in Firenze.
Alle pareti dipinti del Cinquecento tra i quali ritratti dei Medici ad opera del Vasari e del Bronzino autore della famosissima Eleonora di Toledo della quale ci si fermerà incantati ad ammirare il ricamo dell'abito.
Da questa stanza si segue poi attraverso una serie di altre sale molto interessanti per gli sviluppi della pittura nel XV secolo fuori della Toscana. Di particolare interesse la sala del Correggio e quelle dove sono esposte opere del Bellini e di Giorgione che con la loro opera preparano il terreno alla grande arte veneta del Cinquecento.
Non si potrà inoltre scordare la sala dei tedeschi dove sono raccolte opere di Cranach e Durer, solo per citare i maggiori. Si esce poi nel breve corridoio di raccordo tra le due ali del palazzo ed ammirando statue e sarcofaghi classici converrà trovare anche il tempo per uno sguardo fuori dalle finestre che mostrano il superbo scorcio degli Uffizi con il palazzo della Signoria la Cupola del Duomo sullo sfondo. Dall'altra finestra una veduta delle colline col Forte di Belvedere e S. Miniato ed anche del fiume e dei ponti.
Alla fine del raccordo si entra nella prima stanza dove sono esposti dipinti del primo Cinquecento tra i quali il famosissimo Tondo Doni che Michelangelo eseguì attorno al 1505 appunto in occasione dello sposalizio di questa famiglia. Il soggetto è augurale essendo rappresentata la Sacra Famiglia che Michelangelo compose con originalissima contorsione dei corpi strutturati con forza plastica più scultorea che pittorica. I colori sono purissimi e fortemente contrastanti ed il soggetto può leggersi anche come contrapposizione del mondo cristiano (la Sacra Famiglia) con quello pagano dei nudi sullo sfondo al di là del simbolico scalino.
Nella sala successiva sulla parete di destra la bellissima Madonna delle Arpie
di Andrea del Sarto, uno degli artisti fiorentini che fecero di questa città il
punto di riferimento per tutta Italia. Tra gli artisti richiamati dalla fama di Firenze ricordiamo il grande Raffaello
Sanzio da Urbino che qui ebbe il suo apprendistato (come dimostra la Madonna del Cardellino che è composta e dipinta secondo gli insegnamenti della Firenze del primo Cinquecento) avanti di essere
chiamato a Roma dove passò il resto della sua breve vita (morì a 37 anni) dipingendo tra le altre cose il ritratto del papa Medict Leone X, che è qui esposto e che mostra l'avvenuta maturazione coloristica di Raffaello a Roma.
Nella sala seguente diversi dipinti del periodo che si dice "manierismo e che a Firenze ebbe uno dei massimi rappresentanti in Pontormo tra le cui molte opere ricordiamo la Cena in Emmaus (parete di destra). Seguendo si trova la sala di Tiziano. Il più grande pittore di Venezia che visse un periodo lunghissimo producendo con la sua proverbiale velocità moltissime opere. Qui ne sono esposte alcune ma di grande valore come la Venere di Urbino (1538) che è un capolavoro della maturità dove i colori giocano sulla sensualità rendendo quasi palpabili le carni e le preziosissime coltri. Nelle stanze che seguono sono capolavori delle regioni centro-settentrionali e tra gli artisti ricordiamo: il Parmigianino, Dosso Dosst Sebastiano del Piombo e poi i grandi risultati veneti di Tintoretto, Veronese e Moroni. Si uscirà di nuovo nel corridoio e nelle altre sale che si aprono sulla sinistra si noteranno grandi pitture ad olio di Rubens, Van Dyck ed altri artisti italiani e stranieri del Seicento. Continuando si incontrerà la sala della liliobe dall'ampia architettura neoclassica di fine Settecento dove sono raccolte statue classiche del gruppo di Niobe e di Niobidi (riscoperte a Roma nel XVI ma restaurate a Firenze nel XVIlI sec.) e dipinti di Tiepola, Canaletto, Guardi e del francese Chardin. Continuando ancora si arriverà ad un'ultima sala con dipinti di Rembrandt e Caravaggio. Di quest'ultimo il Bacco Adolescente che è un capolavoro della giovinezza, dipinto
nel 1589 a Roma, all'età di diciotto anni. Si incontrano qui quei caratteri di "naturalezza" (iI giovane popolano semicoperto col lenzuolo mentre posa e poi la straordinaria natura morta in primo piano) nei quali gran parte della critica ha individuato la fondazione di una nuova visione del mondo direttamente ripreso dalla realtà.
Sempre del Caravaggio la Medusa, impressionante mostro dalla testa brulicante di serpenti, che fu dipinta su uno scudo da torneo per il Cardinal Del Monte, protettore dell'artista a Roma, e da questo poi regalata al Granduca di Toscana.
E poi del Rembrandt, l'autoritratto senile: opera del '664 tra le più avvincenti del grande maestro olandese che attraverso il potente chiaroscuro dà il senso di una profonda introspezione psicologica.
Tornando indietro per il corridoio si raggiungerà (a metà di questo) l'uscita e prima di scendere le scale si ammireranno due dipinti dello spagnolo Goya ed il cinghiale in marmo che è una copia romana di un originale ellenistico.